Oltre 30mila atti normativi di epoca pre-repubblicana, emanati tra il 1861 il 1946 e fino a ieri parte integrante del tessuto ordinamentale italiano. Leggi spesso superflue, che inevitabilmente hanno rallentato la burocrazia e il funzionamento dello Stato, ma che grazie a un ddl approvato in via definitiva dal Senato e promosso dalla ministra per le Riforme istituzionali e la Semplificazione, Elisabetta Alberti Casellati, sono state ora abrogate.
Presentando il testo a Palazzo Madama, Casellati ha ricordato che tutti gli atti in questione «sono stati puntualmente esaminati, uno per uno», grazie alle «banche dati ufficiali e in particolare al portale Normattiva, la banca dati pubblica degli atti normativi della Repubblica italiana». Al taglio ha lavorato un gruppo dedicato di 30 giuristi esperti che, ha continuato Casellati, «hanno accuratamente soppesato le ricadute ordinamentali delle abrogazioni proposte, all'esito di un confronto che si è dispiegato in numerosissime sessioni di lavoro, nell'arco di oltre un semestre».
Secondo le stime del dicastero guidato dall'ex presidente del Senato, l'abrogazione «ridurrà di circa il 28% lo stock della normativa statale vigente che, in base all'ultima rilevazione dell'Istituto poligrafico Zecca dello Stato, ammonta a 110.797 atti, un numero esorbitante, che fa dell'Italia il fanalino di coda dei Paesi europei e che viene stigmatizzato negli annuali report della Commissione europea sullo Stato di diritto nei Paesi membri dell'Unione».
«Il voto in Senato - ha continuato Casellati - è un passo storico per la semplificazione del nostro ordinamento giuridico. Uno shock normativo» ma, ha avvertito, «serve a poco semplificare a livello nazionale se poi veniamo soffocati da una iper-regolamentazione di livello europeo». Per questo, il 4 marzo scorso, la ministra ha incontrato il commissario Valdis Dombrovskis, con il quale ha intenzione di avviare «una nuova fase di collaborazione tra Roma e Bruxelles sulla semplificazione normativa. Perché semplificare non significa solo ridurre il numero delle leggi, ma rendere l'Italia e l'Europa più moderne, competitive e vicine ai bisogni di cittadini e imprese».
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