mercoledì 4 marzo 2026

Morris Mottale, storico e politologo: Iran, siamo alla vigilia di un cambio di regime ( da Il Riformista, di Aldo Torchiaro)

 

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Abbiamo intervistato il professor Morris Mottale (Franklin University Switzerland, Lugano), uno studioso che ha vissuto e lavorato tra Stati Uniti, Svizzera e Israele e che propone una visione di lungo corso sugli sbocchi della crisi iraniana.

Professore, cosa sta succedendo? Fukuyama diceva che la storia è finita. Sembra che abbia ricominciato a correre…

«Infatti non era affatto finita. La grande storia ha ripreso a correre: sta riemergendo l’identità profonda della Persia».

Davanti a che cosa siamo? Qual è lo scenario che lei vede?

«Il regime change. Siamo alla vigilia di un cambio di regime».

Ne è certo?

«Sì. Sono iniziate defezioni di ufficiali dell’esercito e delle Guardie. Mi è appena arrivata la notizia di colonnelli che stanno cambiando casacca. E la diaspora iraniana in festa conferma che la società era già in trasformazione: molti iraniani oggi sono laici, persino atei, e l’Iran registra un boom di conversioni al cristianesimo e di ritorno allo zoroastrismo».

Naturalmente, la spinta decisiva arriva dall’alto dei cieli: l’aeronautica israeliana.

«Il successo dell’operazione americano-israeliana – soprattutto israeliana – è un game-changer. Caduto Khamenei, il Paese è senza guida. In poche ore sono sparite decine di figure chiave, è crollata la TV di Stato, liberati prigionieri politici, colpite caserme e sedi dei servizi».

E il regime risponde sparando all’impazzata nella regione. Un errore fatale?

«Una contromossa disperata. Ma ha accelerato tutto: Arabia Saudita, Turchia, Marocco e altri Paesi musulmani hanno promesso supporto a Israele e Usa per chiudere la partita. È un fatto storico».

E l’Europa? Presa in contropiede?

«In parte sì. Ma Uk, Germania e Francia hanno reagito subito. E anche Paesi tradizionalmente vicini alla retorica pro-araba della sinistra ora guardano con favore al nuovo scenario. Mai i governi europei si erano esposti così contro Teheran e così a favore di Israele».

Quando parla di regime change imminente, quali sono i tempi?

«Non sono mai immediati. L’Iran è un antico impero ma anche un mosaico fragile: una trentina di etnie, ceti sociali diversi, un territorio vastissimo. È un Paese sofisticato, ricco, pieno di intellettuali. La transizione richiederà mesi».

Si metteranno d’accordo per un governo di transizione?

«Le condizioni ci sono, ma servirà tempo. Sarà comunque un passaggio epocale, paragonabile al 1945 o al 1989. Se cade il minareto sciita dei Mullah, entra in scena una fase completamente nuova».

Da dove partirebbe?

«Da un’intesa tra opposizioni: diaspora ed esuli insieme ai dissidenti interni. Serve una convenzione nazionale e una nuova Costituzione».

E praticamente, nei giorni del caos?

«Azzerare le difese antimissile, neutralizzare le minacce e, se necessario, boots on the ground negli aeroporti principali. Qualcuno potrebbe già essere al lavoro. Va poi rafforzata la rete delle alleanze regionali: una base israeliana è a Baku, in Azerbaijan».

Colpisce il consenso popolare per il ritorno dello Shah.

«Sì. Dall’Iran arrivano video con slogan per lo Shah e persino per Netanyahu. Scene impensabili fino a poco fa».

E sorprendono gli osservatori politici.

«Gli europei non ci credevano. Netanyahu non è amato in Europa, ma gli iraniani hanno sempre avuto un buon rapporto con Israele. Prima del 1979 c’erano più voli Teheran–Tel Aviv che Israele–Usa».

Che cosa immagina per i prossimi mesi?

«Il regime cadrà. In ogni caso. I giovani iraniani si stanno esprimendo. Molti prevedono un boom economico: dopo quarant’anni di teocrazia un Paese filoccidentale che si rimette a correre può aprire a scenari anche economicamente importanti».

Chi perde se cambia il regime?

«Russia e Cina, e i palestinesi che hanno acceso la miccia. È la fine anche per Hezbollah e per il sistema di alleanze che reggeva Hamas. Vengono meno gli sponsor: la giostra si ferma ma perdono anche gli europei che per anni hanno alimentato l’illusione che tutto il mondo fosse dalla parte di Hamas. Ora pagano quelle ambiguità».

Professore, lei dice che è il fatto più importante dai tempi del Muro del ’89.

«Certamente. E tutto questo si deve, paradossalmente, all’avvio impresso da Trump».

In che senso?

«Perché nessuno vuole riconoscerlo. Trump non è simpatico e la propaganda dei democratici in Usa ed Europa è fortissima. Molti reporter europei vivono a New York e Washington, città liberal, e vedono un’America deformata. La vera America è oltre il Connecticut: quell’America voleva un cambiamento profondo. E quel cambiamento ora sta ridisegnando il mondo libero».

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