Wolf-Ferrari a 150 anni dalla nascita: Venezia, Goldoni e il sogno di un teatro senza tempo
Figlio di Emilia Ferrari, nipote dell’ultimo scrivano pubblico della Serenissima, e del pittore tedesco August Wolf, Ermanno Wolf-Ferrari nasce a Venezia centocinquant’anni fa, il 12 gennaio 1876. Il padre, autore tra l’altro di diverse riproduzioni a grandezza naturale d’importanti opere provenienti da chiese veneziane, vorrebbe che anche il figlio seguisse la carriera di pittore e lo manda a studiare all’Accademia di Belle Arti di Roma. Ermanno manifesta certamente qualche inclinazione per la pittura (si pensi al suo autoritratto a olio del 1898), ma più forte è la vocazione musicale.
Studia fin da bambino con talento il pianoforte. A 16 anni entra all’Accademia musicale di Monaco e August non si trattiene dallo scrivere al figlio: “Sognai che tu divenissi un pittore ricco e non un musicista pallido, destinato a salire e scendere le altrui scale per dar lezioni a una lira. Sia fatta la tua volontà”. A parte il riferimento a Dante (nel Paradiso Cacciaguida profetizza l’esilio del poeta dicendo: “Tu proverai sì come sa di sale/lo pane altrui, e come è duro calle/lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”), è evidente la delusione di un padre che non crede che quella del musicista possa essere una professione paragonabile a quella del pittore.
A Monaco, invece, significativamente Ermanno aggiunge il cognome materno a quello paterno. Tornato in Italia nel 1895 e saturo di cultura tedesca, comincia a studiare la letteratura musicale da Palestrina a Verdi. Al Teatro Rossini di Venezia (inaugurato nel 1755 come Teatro San Benedetto e ribattezzato Rossini nel 1868), nel febbraio del 1899, si fa apprezzare con l’oratorio La sulamita. Poi dal 1902 al 1907 è direttore dell’allora Liceo Musicale “Benedetto Marcello”.
Dopo l’insuccesso al Teatro La Fenice (22 febbraio 1900) della sua Cenerentola, Ermanno Wolf-Ferrari, trascorso un periodo di riflessione, trova i due fari che lo guidano per il resto della sua vita di compositore: Carlo Goldoni, cantore della sua Venezia, e Mozart, modello ideale di un teatro assoluto, al di fuori di ogni dimensione temporale. La sua prima opera goldoniana, Le donne curiose, su libretto di Luigi Sugana, va in scena, tradotta in tedesco, nel 1903 a Monaco, nel teatrino di corte di Wittelsbach. È un successo clamoroso, tanto che il compositore non abbandona più, se non momentaneamente, Goldoni, al quale sono legati i suoi capolavori: I quatro rusteghi (Monaco, 1906), Gli amanti sposi (Venezia, 1925), La vedova scaltra (Roma, 1931), Il campiello (Milano, 1936). Anche il fortunatissimo Segreto di Susanna (Monaco, 1909) è d’impronta goldoniana e piace ad Arturo Toscanini che lo dirige a Roma.
Il teatro di Wolf-Ferrari rappresenta dunque l’equivalente musicale delle commedie di carattere del poeta veneziano. Attingendo allo schietto linguaggio del popolo, al dialetto della sua città attraverso Goldoni, Wolf-Ferrari rimane sostanzialmente immune al melodramma verista, così come all’impressionismo di Debussy e all’espressionismo tedesco, seguendo una strada rettilinea e solitaria. Musicalmente il nostro compositore recupera una tradizione melodica di matrice italiana, ma la sottopone a un’elaborazione tematica di ascendenza, diciamo così, tedesca. Si pensi al prodigio di far cantare “quatro rusteghi”, personaggi apparentemente tutt’altro che musicali. Il contraltare delle quattro donne diviene nell’opera di Wolf-Ferrari apertura spaziale: Marina, a differenza di Goldoni, stende la biancheria in terrazza, nella scena quinta del primo atto, cantando “El specio me ga dito che son bela”; nella commedia predomina invece l’oppressione degli interni delle case dei “rusteghi” (quasi esclusivamente la casa di Lunardo). Tra i quattro “salvadeghi” sembra serpeggiare il sorriso arguto del musicista che lo scultore Otello Bertazzolo ha fissato nel bronzo collocato nel foyer della Fenice e fortunatamente sopravvissuto al rogo del teatro.
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