sabato 4 aprile 2026

Pasqua. Auguri

 


                                                      BUONA PASQUA

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         anche a quelli che non sempre condividono

                    i 'testi delle sue canzoni'


                                    PACE

Ritrovato l'elmo d'oro del re dei Daci Cotofenesti. Tornerà a Bucarest, al Museo dove era stato rubato (da Il Messaggero)

 

Recuperato l'elmo d'oro del re dei Daci Cotofenesti: il tesoro torna in Romania dopo il furto, pace fatta tra Amsterdam e Bucarest© Redazione

Il ritorno dell'elmo d'oro di Cotofenesti rappresenta uno dei recuperi archeologici più significativi degli ultimi decenni, mettendo fine a un incubo diplomatico e culturale iniziato nel gennaio 2025. Il reperto, un capolavoro dell'arte (militare) dacia risalente a 2.500 anni fa, era stato sottratto con un raid dal Museo di Drents, nei Paesi Bassi, scatenando una caccia all'uomo internazionale e una crisi di nervi tra Amsterdam e Bucarest.

Giovedì, sotto la protezione della polizia d'élite ad Assen, il tesoro è stato finalmente mostrato al pubblico, confermando che il simbolo della civiltà dei Traci è ancora integro.

La dinamica del furto e il "patto" per il recupero

Il furto era stato eseguito con una violenza inusuale per il mondo museale: i video di sorveglianza avevano immortalato tre individui che, utilizzando bombe pirotecniche artigianali, mazze e piedi di porco, avevano sventrato le protezioni del museo proprio nell'ultimo weekend di una mostra semestrale. Il recupero non è avvenuto tramite un blitz, ma attraverso un complesso accordo tra la procura olandese e i tre sospettati, arrestati poco dopo il colpo. Gli uomini, il cui processo inizierà a fine aprile, hanno guidato le autorità al nascondiglio in cambio di benefici procedurali, permettendo il ritrovamento non solo dell'elmo, ma anche di due dei tre braccialetti d'oro scomparsi.

Le condizioni del tesoro: ammaccato ma salvo

C'era il timore concreto che i ladri, accortisi dell'impossibilità di piazzare un pezzo così iconico sul mercato nero dell'arte, decidessero di fonderlo per ricavarne oro grezzo. Fortunatamente, il direttore del Museo di DrentsRobert van Langh, ha confermato che l'elmo ha riportato solo lievi ammaccature dovute alla manipolazione maldestra dei criminali, danni definiti "non permanenti". I braccialetti ritrovati sono invece in condizioni perfette. Resta purtroppo ancora aperta la caccia alla terza fascia dorata, l'ultimo pezzo del puzzle che manca per completare il tesoro nazionale rumeno.

La fine di una crisi diplomatica internazionale

Il furto dell'elmo non era stato meramente un caso di cronaca nera, ma un vero e proprio "schiaffo" alla sovranità rumena. Il Ministro della Giustizia di BucarestRadu Marinescu, aveva definito l'accaduto un "crimine contro lo Stato", esercitando una pressione diplomatica asfissiante sul governo olandese. Per la Romania, l'elmo di Cotofenesti non è un semplice oggetto antico, ma un pilastro dell'identità nazionale che rappresenta il potere e la spiritualità dei Daci. Il suo ritorno segna la distensione dei rapporti tra i due Paesi, che per oltre un anno sono rimasti ai minimi storici a causa delle falle nei sistemi di sicurezza del museo olandese.

L'Elmo di Cotofenesti: un oggetto di potere e magia

L'elmo di Cotofenesti non è solo un reperto archeologico di inestimabile valore, ma la chiave d'accesso a una delle civiltà più enigmatiche e guerriere dell'antichità: quella dei Daci, o Geti, come venivano chiamati dai Greci. Stanziati nell'attuale Romania, i Daci rappresentavano il ramo settentrionale dei Traci e riuscirono a costruire un'entità politica e spirituale così potente da diventare l'ultimo grande incubo dell'Impero Romano prima della sua massima espansione.

Ritrovato casualmente nel 1929 da un bambino che arava un campo nel villaggio di Cotofenesti, questo elmo cerimoniale d'oro massiccio che pesa circa 770 grammi risale alla prima metà del IV secolo a.C. Non era un oggetto destinato al combattimento, ma un attributo di potere per un basileus, un re-sacerdote dace.

Il Regno dei Daci: tra montagne e oro

Daci occupavano la regione della Transilvania, protetti dall'arco naturale dei Carpazi. La loro terra era, ed è tuttora, una delle più ricche d'Europa per i giacimenti d'oro e argento, fattore che permise la creazione di tesori immensi e che, allo stesso tempo, attirò le mire di Roma.

Sarmizegetusa era la loro capitale spirituale e politica, situata su alte montagne. Qui i Daci costruirono imponenti santuari circolari in andesite che ricordano vagamente Stonehenge, indicando una conoscenza avanzata dell'astronomia e del calendario.

La caduta e la Colonna Traiana

Secondo Erodoto, i Daci credevano di essere immortali: per loro la morte non era la fine, ma un ricongiungimento con il dio, nominalmente Zalmoxis. Questa fede li rendeva guerrieri spaventosi, convinti che cadere in battaglia fosse il massimo onore, similmente ai combattenti o ai berserker vichinghi. Il popolo raggiunse i suoi periodi di massimo splendore in due periodi distinti, entrambi molto vicini a date importanti anche per uno dei loro rivali storici: l'Impero Romano

Il primo fu con il Signore della Guerra, poi divenuto re, Burebista nel I secolo a.C. che unificò le tribù dace e creò un impero che spaventò persino Giulio Cesare. Si dice che Cesare stesse pianificando proprio una campagna contro di lui poco prima di essere assassinato. Il secondo momento fu sotto il re Decebalo, stavolta nel I secolo d.C.. Fu l'ultimo e più eroico re dace. Sotto il suo comando, la Dacia divenne uno Stato organizzato che inflisse pesanti sconfitte ai Romani sotto Domiziano.

Fu l'imperatore Traiano, tuttavia, a decidere che la Dacia doveva essere sottomessa, sia per eliminare la minaccia militare sia per rimpinguare le casse dello Stato con l'oro dei Carpazi. Le due guerre daciche, nel 101 e nel 106 d.C., furono tra le più dure della storia romana. Dopo la caduta di Sarmizegetusa e il suicidio di DecebaloTraiano portò a Roma un bottino di oltre 160 tonnellate d'oro. Questo immenso tesoro finanziò la costruzione del Foro di Traiano e della famosa Colonna Traiana, che ancora oggi a Roma racconta, come un fumetto di marmo, la cronaca dettagliata della conquista di questo popolo indomito.

Papa Leone a Pasqua: non lasciamoci paralizzare dalle guerre! ( da Corriere toscano). E' una parola, santo Padre! ( P.A.)

 

Papa Leone XIV alla sua prima veglia di Pasqua: "Non lasciamoci paralizzare dalle guerre"

(Adnkronos) – “Non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire”. Così Papa Leone XIV che oggi ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la sua prima Veglia nella notte Santa di Pasqua. Il rito ha avuto inizio nell’atrio della Basilica di San Pietro con la benedizione del fuoco e la preparazione del cero pasquale. Alla processione verso l’Altare con il cero pasquale acceso e il canto dell’Exsultet, hanno fatto seguito la Liturgia della Parola, la Liturgia Battesimale e la Liturgia Eucaristica, concelebrata con i cardinali. 

“Il santo mistero di questa notte dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace”, ha detto il Pontefice: “Così, il diacono, all’inizio di questa celebrazione,- spiega Leone citando il testo che celebra la vittoria della luce sulle tenebre – ha inneggiato alla luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel cero pasquale. Da quest’unico cero tutti abbiamo acceso i nostri lumi e, ciascuno portando una fiammella attinta allo stesso fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. È il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo”. “Questa – ha osservato Leone – è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, detta “madre di tutte le veglie”. In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi”. 

“Non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili”. E ha chiamato con il loro nome le pietre dei giorni nostri che opprimono e spezzano legami. “Alcune – ha detto Prevost – opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni”. “Non lasciamocene paralizzare – è il monito – Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rotolate via, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo. Non sono personaggi irraggiungibili, ma persone come noi che, forti della grazia del Risorto, nella carità e nella verità, hanno avuto il coraggio di parlare, come dice l’Apostolo Pietro, ‘con parole di Dio’ e di agire ‘con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio’”. “Lasciamoci muovere dal loro esempio e in questa Notte santa facciamo nostro il loro impegno, perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace”.