martedì 16 giugno 2026

Nel carcere di Gorizia e alla Risiera di San Sabba 'Il prigioniero' di Dallapiccola. intervista al regista Davide Garattini Raimondi ( da Connessi all'opera, di Roberto Mori)

 

“Il prigioniero” nel carcere di Gorizia e alla Risiera di San Sabba: parla il regista Garattini Raimondi

Per la prima volta Il prigioniero di Luigi Dallapiccola viene rappresentato all’interno di un carcere e nell’unico campo di sterminio italiano. L’opera, proposta in dittico con Il sigillo di Maurizio Agostini su libretto di Maria Carla Curia — eseguito in prima mondiale — andrà in scena il 27 giugno presso la Casa Circondariale di Gorizia e il 29 luglio alla Risiera di San Sabba di Trieste. Ne parliamo con il regista Davide Garattini Raimondi.

Come nasce questo progetto?
L’idea nasce circa un anno fa. All’Accademia Chigiana di Siena avevo portato in scena Il prigioniero in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Dallapiccola. In quell’occasione il direttore artistico del Piccolo Opera Festival, Gabriele Ribis, mi manifestò il desiderio di portare l’opera in Friuli Venezia Giulia. I luoghi non erano ancora stati individuati, ma era chiaro che si sarebbe trattato di spazi non convenzionali. Il rapporto tra opera e luogo è sempre stato un elemento centrale nelle proposte del Festival. Oggi ci troviamo di fronte a due contesti molto particolari: da una parte un carcere ancora attivo, dall’altra un luogo simbolo della memoria come la Risiera di San Sabba. Ho accolto questa proposta con entusiasmo, ma anche con un profondo senso di responsabilità e rispetto verso i luoghi che ci ospitano.

Quali sono le principali sfide nel portare un’opera lirica all’interno di un carcere?
Sono moltissimi gli aspetti da considerare, sia dal punto di vista emotivo sia da quello organizzativo. Entrare in un carcere significa innanzitutto rispettarne le regole. Nulla può essere dato per scontato: anche uno spazio che può sembrare un semplice corridoio può in realtà essere un’area fondamentale per la vita quotidiana dell’istituto. Abbiamo effettuato sopralluoghi seguendo procedure molto precise e condivise con la direzione del carcere. L’opera verrà rappresentata in un cortile e sarà seguita dai circa novanta detenuti presenti nella struttura. Si tratta di un’esperienza completamente nuova, che porta il linguaggio dell’opera lirica a persone che, probabilmente, non hanno mai assistito a uno spettacolo di questo genere.

È previsto un coinvolgimento diretto dei detenuti?
Sì, ed è un aspetto per noi fondamentale. Alcuni detenuti prenderanno parte a un percorso laboratoriale e saranno coinvolti anche all’interno dello spettacolo. Entrare in carcere non significa arrivare, fare la propria rappresentazione e andarsene. È importante che un intervento culturale lasci qualcosa, che possa generare curiosità, interesse e nuove prospettive. Non vogliamo proporre dei semplici spettatori passivi, ma creare un’esperienza capace di produrre un “dopo”, un’eredità che continui anche oltre la rappresentazione. In questo senso il rapporto tra opera lirica e carcere diventa qualcosa di più di un semplice evento artistico: può trasformarsi in un’occasione di crescita e confronto, sia per chi vive la realtà della detenzione sia per chi entrerà dall’esterno per assistere allo spettacolo.

Che effetto potrà avere sul pubblico esterno?
Chi entrerà in carcere per vedere l’opera vivrà inevitabilmente un’esperienza diversa rispetto a quella di un tradizionale teatro lirico. Avrà l’opportunità di confrontarsi con una realtà che spesso viene osservata soltanto attraverso stereotipi e pregiudizi. Vedere alcuni detenuti coinvolti nello spettacolo può aiutare a superare certe barriere mentali e a guardare al carcere non soltanto come luogo di punizione, ma anche come spazio di rieducazione e reinserimento. Mi auguro che questa esperienza possa stimolare domande e riflessioni, contribuendo a rompere alcuni schemi consolidati.

La rappresentazione alla Risiera di San Sabba sarà invece molto diversa. Che significato assume in quel contesto?
Entrare alla Risiera di San Sabba significa confrontarsi con un luogo della memoria che dialoga in maniera potentissima con i temi de Il prigioniero. La forza evocativa dell’opera in quel contesto sarà straordinaria. Lo spettacolo inizierà ancora con la luce del giorno: pubblico e interpreti potranno guardarsi negli occhi, creando una relazione diretta e intensa. In un luogo come questo, tale vicinanza può generare un coinvolgimento emotivo molto forte. Come regista avverto un profondo senso di rispetto e quasi di reverenza nei confronti della Risiera. Lo stesso vale per il carcere, ma un luogo della memoria possiede una dimensione particolare: appena si varca il suo ingresso si percepisce il peso della storia. Sapere che quelle mura sono state teatro di torture e di morte è qualcosa che colpisce profondamente.

Come si affronta artisticamente un luogo così carico di significato?
Credo che l’unico modo sia essere sinceri e onesti. Non voglio vivere questo luogo in maniera passiva, ma affrontarlo con autenticità. Solo così l’esperienza può diventare reale, sia per me come regista, sia per gli artisti, sia per il pubblico. Assistere a Il prigioniero alla Risiera non sarà come andare a teatro a vedere una Bohème. Qui la componente teatrale si intreccia con una realtà storica tangibile e presente. Il pubblico vivrà un’esperienza concreta, intensa e profondamente evocativa.

Quale messaggio desidera lasciare agli spettatori?
Credo che oggi sia importante non edulcorare certi temi e continuare a parlarne. Se smettiamo di confrontarci con alcune pagine della nostra storia, rischiamo di dimenticarle. E quando la memoria svanisce, possono nascere nuovi problemi. Può sembrare una frase scontata, ma non possiamo permetterci di dimenticare ciò che è accaduto. La storia ci insegna che l’uomo tende spesso a rimuovere e a dimenticare. Per questo ritengo fondamentale continuare a ricordare, e farlo in modo forte e consapevole. Il mio auspicio è che il pubblico torni a casa con delle domande aperte e con un’esperienza che continui a vivere dentro di sé anche dopo la fine dello spettacolo.

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