Il blitz in Giordania e Libano della premier Giorgia Meloni è arrivato in un momento particolare. L’uccisione di Yahya Sinwar rischia di mescolare ancora una volta le carte di una Striscia di Gaza in fiamme. L’operazione israeliana nel sud del Libano è lontana dalla sua fine, tra raid in tutto il Paese e combattimenti a ridosso del confine contro Hezbollah. E in attesa dell’attacco promesso da Benjamin Netanyahu all’Iran per il lancio dei missili del primo ottobre, tra i Paesi arabi si respira nervosismo, complice la minaccia di Teheran di rispondere colpendo i vicini che collaborano con lo Stato ebraico.
Meloni esclusa dal vertice a 4
La situazione è incandescente su tutti i fronti. E mentre la presidente del Consiglio è sbarcata ad Amman e poi a Beirut, a Berlino è andato in scena l’incontro tra Joe Biden, Olaf Scholz, Emmanuel Macron e Keir Starmer. Un vertice a quattro per fare il punto della situazione sull’Ucraina e sullo stesso Medio Oriente, in cui l’assenza dell’Italia è stata notata (e sottolineata) da molti. In quello che (salvo eventi imprevisti) è l’ultimo viaggio di Biden in Europa da capo della Casa Bianca, i leader dei principali Paesi della Nato hanno cercato di trovare un punto di incontro sui due dossier più importanti ai confini dell’Alleanza: la crisi mediorientale e una guerra, quella tra Mosca e Kiev, che vive una delle sue fasi più difficili. E per l’Occidente, che aspetta il voto negli Stati Uniti come un giro di boa fondamentale, sembra avvicinarsi sempre di più il momento di scelte non semplici. Sia nel delicato mosaico mediorientale sia nel complicato fianco orientale.
La “priorità” di Meloni è il blitz
Meloni, interrogata nei giorni scorsi sull’assenza dal vertice di Berlino per andare in Medio Oriente, ha glissato con un “è importante parlare con gli attori della regione, questo viaggio è la mia priorità”. Una dichiarazione che per i più critici non è bastata a chiudere l’episodio. Ma Palazzo Chigi è andato avanti, sottolineando l’importanza di questo blitz diplomatico per rilanciare il sostegno italiano alla Giordania, Paese-chiave per la stabilità dell’area, e soprattutto per ribadire l’interesse di Roma nella stabilizzazione del confine tra Israele e Libano, dove un migliaio di militari italiani di Unifil sono sotto il fuoco incrociato di Idf ed Hezbollah, e il ritorno dell’autorità di Beirut.
L’emergenza profughi
La premier, al termine della visita, ha detto che probabilmente sentirà di nuovo il collega israeliano Netanyahu, come già aveva fatto la scorsa settimana dopo gli attacchi dell’Idf alle basi dei caschi blu. Ma oltre alle garanzie di sicurezza per il contingente, che sono collegate a una guerra in cui il governo di Beirut è spettatore e allo stesso tempo vittima, il viaggio mediorientale è servito alla premier anche per mettere mano a un altro dossier fondamentale per il governo: quello dei migranti. La guerra nel sud del Libano ha scatenato un’ondata di profughi interni senza precedenti. Ma nel Paese dei cedri c’è anche l’enorme tema dei rifugiati siriani arrivati lì durante la guerra del 2011 con molti costretti a tornare in Siria per l’escalation tra Israele ed Hezbollah. Meloni ne ha parlato sia ad Amman con il re di Giordania, Abdullah II, sia con il libanese Mikati.
“L’Italia si impegna a portare il tema a un livello europeo e internazionale”, ha detto la premier a Beirut, che ha confermato l’impegno a “creare le condizioni necessarie per far sì che i profughi possano ritornare in Siria”. “Ovviamente il ritorno deve essere volontario, sicuro, degno e sostenibile ed è per questo che sosteniamo anche gli sforzi profusi dall’Unhcr e intendiamo rafforzare la presenza diplomatica italiana a Damasco”. Una strada che per molti passa anche (se non necessariamente) dalla normalizzazione dei rapporti tra l’Europa e Assad. Elemento di cui a Bruxelles si discute con sempre maggiore insistenza.
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