martedì 12 maggio 2015

La commedia infinita del teatro d'opera in Italia. Professionisti e dilettanti.Protagonisti e comparse


Per effetto della legge 'Valore cultura' i vertici delle nostre fondazioni liriche alla fine del 2014 sono decaduti, e subito dopo tutti ricomposti, in gran parte all'insegna del dilettantismo, con molti debutti, ed altrettante riconferme. Tutto come prima, come sempre.E qualche volta anche peggio.
Si è generata una nebulosa per cui fare cose lontane da quelle che si sanno veramente fare è sexy ed attraente. E i risultati, purtroppo, si vedono”- ha scritto Roberto Cotroneo sul settimanale del 'Corriere'. E ciò, in Italia vale dappertutto; ad eccezione di quei pochissimi settori nei quali se sei una schiappa si vede subito e ti buttano fuori, come nel campo della ricerca, bistrattata in Italia, anche perchè i fondi per gli studi in quel caso non te li dà nessuno.
Nelle fondazioni liriche, un settore nel quale il nostro paese dovrebbe eccellere, i vertici sono stati alla fine dello scorso anno, rinnovati in gran parte, ed alcuni riconfermati, gli elementi per una svolta decisiva non si vedono. La legge che imponeva il rinnovo dei consigli di gestione, che un tempo si chiamavano CdA ( Consigli di Amministrazione) ed oggi Consigli di Indirizzo (CdI), ha ridotto il numero dei loro componenti, e li ha privati di alcune loro mansioni importanti; nello stesso tempo maggiore autonomia ha riconosciuto al sovrintendente, una sorta di amministratore delegato; senza però stabilire se ai cattivi amministratori si debba richiedere conto dei buchi di bilancio, come necessario e salutare.
Ha stabilito, invece, che le Fondazioni liriche che navigano in cattive acque, possono chiedere il 'salvagente' del fondo speciale, a patto che osservino alcune disposizioni, alla stregua di ciò che l'Europa e il FMI pretendono dalla Grecia, per scongiurarne il fallimento.
Ma quella stessa legge che impone alle fondazioni che la scelta dei suoi amministratori debba spettare al Ministero risulta fra le più disattese, specie da quelle fondazioni i cui amministratori locali sono in grado di fare la voce grossa con 'mezzodisastro' Franceschini e 'grande&grosso' Nastasi, e che in alcuni casi, hanno fatto bene ad alzare la voce nei riguardi del Ministero che invece di amministrare il settore, passa il suo tempo a mettere il potere in mani amiche, anche se incapaci. Sta qui il punto. E del resto è questo un gioco che la politica conosce bene. Ministri e sottosegretari girano come trottole da un ministero all'altro, senza avere competetnza in nessuno, lasciando perciò grande spazio di manovra ai superburocrati che fanno il buono e cattivo tempo. A causa di ministri incompteneti, essi pure dilettanti.
Nel braccio di ferro fra Ministero ( leggi: Nastasi) e sindaci che vogliono farsi valere, in alcuni casi vincono i sindaci ( come per il Teatro Petruzzelli a Bari, dove il sindaco, Decaro, ha imposto Biscardi, che il Ministero non voleva; ed a Verona dove Girondini, imposto da Tosi, è stato confermato dal Ministero); in altri la spunta il Ministero, fottendosene delle tensioni che possono sorgere far sovrintendente e sindaco ( presidente del teatro) al quale il sovrintendente è inviso, come nel caso di Napoli, dove il Ministero starebbe per riconfermare la Purchia, sostenuta da 'grande&grosso', Nastasi. In ogni caso, a dispetto dei disastrati conti delle fondazioni, a Verona come a Napoli, ed anche a Bari che comunque è un caso a parte, perchè la più giovane fondazioni lirica d'Italia.
Per questo, coloro i quali nutrono tanti sospetti nei riguardi di Nastasi, potentissimo e protettissimo, a causa dell'incompetenza dei vari ministri, e in forza dei suoi padrini eccellenti, vedi Gianni Letta, hanno tutte le ragioni possibili dalla loro parte. Ci si può fidare di un direttore generale, commissario di un teatro, nel quale crea un Museo per mettervi come coordinatrice sua moglie, come nel caso del MeMus del Teatro san Carlo, dove fino all'altro ieri figurava in pianta stabile, come coordinatrice, Giulia Minoli, sua moglie? E non è che un esempio della tracotanza del potere.
Un altro capitolo che meriterebbe maggiore attenzione da parte del ministero è quello dei compensi sia ai vertici delle Fondazioni che agli artisti scritturati, dove vige la più totale anarchia. Alla Scala, ad esempio, Lissner aveva un compenso da manager di azienda privata, intorno al 1.000.000 di Euro, tutto compreso, mentre ora a Pereira è stato riconosciuto un compenso nella norma, e cioè di 240.000 Euro; e Santa Cecilia l'unica 'sinfonica' fra le fondazioni, riconosceva a Bruno Cagli un compenso di oltre 300.000 Euro, nonostante che avesse egli una affollata direzione artistica, con dirigenti e consulenti. E comunque il presidente/sovrintendente dell'Accademia prenderebbe lo stesso stipendio del direttore generale della Rai, che ha ben altre responsabilità.
Recentemente una rivista ha fatto i conti, su dati forniti dallo stesso Ministero, in tasca ad ogni fondazione, rilevandovi anomalie e disparità che il Ministero ben conosce ma che si guarda dall'eliminare. E così il sovrintendente dell'Arena guadagna 240.000 Euro; Vergnano del Regio di Torino, quasi 190.000 di Euro; Giambrone, a Palermo, 170.000; Chiarot a Venezia 165.000, mentre il suo direttore artistico, Ortombina, 167.000; Ernani a Bologna ne prendeva fino a febbraio, quad'era in carica, soltanto 120.000, e non sappiamo ancora quanti ne daranno a Nicola Sani, suo successore.
A queste ed altre anomalie, un'altra se ne è aggiunta negli ultimi anni. I ritardati pagamenti agli artisti, specie se giovani. Ritardi di mesi quando non addirittura di anni (Cagliari - si dice - è in cima alla lista delle fondazioni che non pagano), con richieste di riduzione di cachet, nonostante il ritardo; e ritardi negli stipendi dei dipendenti delle Fondazioni. Insomma un settore in grave crisi - una decina di fondazioni su quattordici sono con l'acqua alla gola e obbligate a ricorrere al fondo speciale di salvaguardia - mentre il Ministero continua a gestire le poltrone, sulle quali ha la faccia tosta di rimettervi amministratori, mesi prima commissariati.
Anche il Governo sembra disinteressato al settore, salvo che per il completamento del teatro della città del premier, tant'è che non ha ancora dato la sveglia a Franceschini e non si è ancora posto il problema dell'allontanamento di Nastasi dalla sua poltronissima, nonostante le numerose critiche che gli sono piovute e gli piovono ogni giorno addosso, anche dal suo stesso partito ( Orfini lo ha fatto in più di una occasione pubblica); mentre lui, Nastasi, ora vanta anche l'amicizia di Nardella.
Ed ora un rapido giro fra tutte le fondazioni, cominciando da Torino.
Al Regio di Torino regna incontrastato, da troppi anni, Walter Vergnano, cresciuto alla scuola del barone Francesco Agnello, nel CIDIM. Il dissidio che lo opponeva al suo direttore musicale, Noseda, sembra essere ufficialmente ricomposto, con l'arrivo di Gaston Fournier, costretto a sloggiare dalla Scala di Pereira, come direttore artistico. Torino si conferma come una delle fondazioni con i conti in ordine - così si dice, salvo poi a chiedere soccorso al Comune per la ricostituzione del patrimonio – e con la trinità di vertice in ordine: sovrintendente, direttore artistico, direttore musicale: 'unicuique suum', che tradotto vuol dire a ciascuno il suo mestiere. Ed ha anche annunciato la prossima stagione, come usa fare da qualche anno.
All'Arena di Verona il sindaco Tosi, che ha la maggioranza nel neo Consiglio di Indirizzo della Fondazione, è riuscito a far digerire al ministero la riconferma del sovrintendente Girondini, raro esempio di geometra sovrintendente, contro il quale s'era addirittura pronunciata una accolta di musicologi e musicisti, e nonostante che la platea più grande d'Europa presenti una voragine nei conti altrettanto grande. Al suo posto di direttore artistico resta Paolo Gavazzeni, della ben nota famiglia ( alla quale appartiene anche il critico musicale del 'Giornale', che ha rapporti di consulenza con il Teatro Comunale di Bologna, come fosse la cosa più normale del mondo). A Verona, Nastasi non ha potuto o voluto far nulla, forse perchè Girondini, per lungo tempo a capo dell'associazione che riunisce le fondazioni liriche italiane, s'era guadagnato, a dispetto di tutti, il lasciapassare per la riconferma, proprio dal Ministero. Tosi aveva fatto un bando per la ricerca del nuovo sovrintendente. Si sono presentati una quarantina di candidati, fra i quali non c'era Girondini. Fatto sta che, fottendosene sia del bando che delle candidature farsa, alla fine è rimasto Girondini.
Al Teatro Giuseppe Verdi di Trieste, c'è stata una svolta nella gestione, con l'arrivo di Francesco Pace, il quale, pur fuori dal giro, ha sbaragliato la lunga lista di concorrenti, compreso il sovrintendente uscente, Orazi, al quale sembrava essere stato promesso( da chi?) il Teatro San Carlo di Napoli; dove Nastasi riuscirà ad imporre la Purchia commissariata, nonostante il commissariamento e l'aperta opposizione di De Magistris.
La Fondazione triestina sembra oltre i confini italiani, di essa poco si sa ed ancor meno si scrive sui giornali, è come situata in una zona franca. L'arrivo di un manager, che sembra competente, forse la farà svoltare e rientrare nel gioco delle fondazioni italiane e magari farle aumentare la produzione e la qualità.
Al Teatro La Fenice di Venezia le cose sono rimaste come erano prima del grande (finto) cambiamento. Al vertice Cristiano Chiarot; direttore artistico Ortombina; è andato via solo il direttore principale, Matheuz, il venezuelano, che con i vertici non andava più d'accordo, dopo i primi mesi di idillio lavorativo, e le cui direzioni sono state troppe volte aspramente criticate; ma anche il prezioso coordinatore della direzione artistica, Piearangelo Conte, ha preso la strada di Firenze. Fra breve, al posto di Matheuz, arriverà un altro giovane, straniero, raccomandatissimo, e forse sarà quello venuto via da Valencia. La fondazione veneziana ha da qualche anno i conti in ordine, così dicono tutti oltre i vertici medesimi, ( a fine aprile è stato presentato il bilancio del 2014, certificato da società esterna, dal quale risulta anche un leggero attivo!) e un indice di produttività fra i massimi, al punto da essere portata a modello in Italia; ha una programmazione di diverse annualità, molto varia, un pò stagione e un pò festival, ed una calendarizzazione a metà strada fra quella di un teatro 'italiano'(teatro di regia) ed uno 'tedesco' ( (teatro di repertorio) e sul podio esibisce regolarmente anche grandi bacchette, come ad esempio Chung. Non c'è che da augurarle che duri. Perchè ciò potrebbe, tra breve, farle ottenere anche l'autonomia di gestione, da poco riconosciuta alla Scala e a Santa Cecilia.
Il Teatro alla Scala, dopo l'uscita anzitempo di Lissner e di tutta la sua corte ( direzione artistica, ufficio stampa) si è messo nelle mani di Alexander Pereira per i prossimi cinque anni, dimenticando il passo falso con cui aveva iniziato la sua collaborazione - gli spettacoli acquistati dal 'suo' festival di Salisburgo - e rinunciando al periodo di prova contemplato nel suo primo contratto. Ora gli è stato riconosciuto un buon stipendio ( 240.000 Euro, con un netto risparmio su Lissner, un quarto appena), sta gestendo il teatro nel periodo dell'Expo, ha già presentato la prossima stagione, annunciando una quindicina di titoli d'opera e cinque o sei di balletto, e sembra ormai accettato dal CdI del teatro, dal sindaco (che non si ricandiderà ) ed anche dal Ministero, da dove Nastasi aveva fatto capire che per quel posto di sovrintendente, o magari di Commissario ( prima della definitiva assunzione di Pereira) era lui ancora una volta interessato. Pensare che come commissario, pur restando sempre direttore generale del Ministero, s'era già fatto, senza grandi risultati, il giro di molti teatri italiani, da Firenze a Napoli, a Bari; e anche in altri avrebbe voluto mettere piede, come Milano, appunto, Roma, e Genova (dove aveva mandato un suo fedelissimo, un vero disastro) lasciando in tutti i casi, dopo il suo ritorno al Ministero, un equilibrio così instabile che, dopo pochi mesi, dava luogo a nuovi buchi di bilancio. Ora la Scala avrà nuovamente anche un direttore musicale, Riccardo Chailly, che ha promesso, d'accordo con Pereira, di far tornare il teatro milanese a risplendere soprattutto nella tradizione del melodramma italiano che Lissner-Barenboim avevano deliberatamente tentato in tutti i modi di oscurare, togliendogli la sua più preziosa identità storico musicale.
Scendendo verso ovest, la prima tappa è al Teatro Carlo Felice di Genova, dove da poco è approdato il nuovo sovrintendente nella persona di Maurizio Roi, proveniente dalla Toscanini di Parma. Il teatro ha vissuto e forse vive ancora momenti drammatici: senza vertici e senza soldi; e Roi ha il compito di portare nel teatro più moderno d'Italia, un po' di pace e serenità e di avviarlo a navigazione sicura.
Asnche al Teatro Comunale di Bologna c'è stato ultimamente un cambio al vertice; mandato a casa (perchè? per limiti di età?) Francesco Ernani, ha preso il suo posto Nicola Sani che di Ermani era consulente per la direzione artistica, e che forse vorrà tenere per sé il doppio incarico, avvalendosi della collaborazione del direttore musicale, il giovane Mariotti, pesarese/rossiniano di origine, formazione ed ascendenza, gratificato da frequenti successi. Ernani aveva dichiarato di aver trovato un bilancio disastrato, ereditato dalla gestione Tutino; non sappiamo se tale buco sia stato nel frattempo risanato; certo è che in un teatro che non ha i conti in ordine, metterci come sovrintendente un debuttante in tale ruolo, qual è da considerarsi Nicola Sani, è un rischio serio, affatto calcolato. La programmazione del teatro bolognese si segnala per la novità delle proposte e per la calata in Italia di regie 'di sorpresa' come è nello stile e d 'abitudine per Nicola Sani che altrettanto aveva fatto anche a Roma, dove pure vi era stato chiamato da Ernani.
L'Opera di Firenze che sembrava navigare in acque tranquille dopo l'arrivo di Francesco Bianchi, banchiere, alla sovrintendenza, ha scioperato nella serata inaugurale del Maggio. E' stato fra i primi dei nostri teatri a rinnovare il Consiglio di Indirizzo e ad indicare Bianchi sovrintendente, subito nominato da Nastasi, amico di Nardella, in ossequio al volere del premier. Come coordinatore artistico è arrivato dalla Fenice Pierangelo Conte, che il suo apprendistato l'ha fatto per molti anni in laguna e che ora ha la possibilità di gestire in prima persona la programmazione di un grande storico teatro. A Firenze c'è anche la figura del direttore generale:Alberto Triola, che a Bologna era l'ombra di Tutino, e che ha lavorato alla Scala e dirige il Festival di Martina Franca, e che perciò mette il naso anche nella programmazione artistica ( sua l'idea dell'opera nuova di Tutino a Firenze).
Ma la calma in teatro è solo apparente. Per l'ennesima volta il pagamento degli stipendi è stato ritardato e ritardi ci sono pure nel pagamento degli artisti ospiti, Mehta, direttore a vita dell'orchestra, sembra da tempo in procinto di lasciare, e così, nelle more, Firenze s'è lasciata sfuggire Daniele Gatti, accolto trionfalmente ad Amsterdam, al Concertgebow; Maggiodanza, il corpo di ballo del teatro, è stato sciolto e licenziato, e il nuovo teatro ha bisogno di altre consistenti risorse economiche per essere completato. Dove li troverà ora che l'occasione dell'anniversario 150° dell'Unità d'Italia è passato e la cricca è finita dietro le sbarre? Ma forse Renzi li troverà in un modo o nell'altro, per darli al teatro d'opera della sua città ed agli amici Nardella e Bianchi.
Al Teatro Lirico di Cagliari è andata in scena l'ennesima tragicommedia per la succesione a Mauro Meli , tornato per la seconda volta in Sardegna, e per la seconda volta fatto fuori dal rinnovato CdI. Meli era tornato a Cagliari dopo l'uscita di scena della Crivellenti, nominata sovrintendente per volontà e virtù di Gianni Letta e Salvo Nastasi. Per la successione a Meli, richiamato per evitare che la nave affondasse, il sindaco Zedda aveva bandito il solito concorso farsa, al quale s'era naturalmente presentato anche Meli, inviso al sindaco,ma gradito e sostenuto dalla Barracciu, ora sottosegretario ai beni Culturali, per volontà di Renzi, il quale per proteggerla dal fuoco amico del suo stesso PD, a seguito delle spese pazze di carburante delle quali non aveva saputo dare convincenti giustificazioni, l'ha chiamata sul continente.
A Cagliari è approdata Angela Spocci, anzi riapprodata. Conosce l'amministrazione a causa di precedenti importanti incarichi, ma deve ricostruire il teatro, formulare in breve una programmazione, che ora manca, e fare ogni cosa perchè i buchi di bilancio vengano coperti e mai più prodotti. Impresa non facile. E poi avrà bisogno anche di un direttore artistico che l'affianchi e, perchè no, anche di un direttore musicale, perchè un'orchestra, che spesso è stata osannata da giornalisti prezzolati, ma che è passata attraverso tempeste di ogni genere e di lunga durata è chiaro che ha bisogno di essere rifondata. Avrà la Spocci la forza ed anche i mezzi per permettersi un direttore stabile dell'orchestra, a questo punto molto utile, anzi indispensabile? Apprendiamo , mentre scriviamo, che i sindacati chiedono le dimissioni della Spocci, per incapacità, calo vistoso di pubblico e di abbonamenti. Ci risiamo.
E Roma? Sempre meno ladrona di quanto i ladri della Lega di Bossi e Salvini farebbero intendere. Mandati a casa gli incapaci di professione che hanno avuto all'Opera per un triennio il loro quartier generale, il Teatro dell'Opera sembra navigare in acque più tranquille pur ricorrendo alla legge Bray, il cui sovrintendente da poco è stato ufficialmente nominato, Carlo Fuortes. Il quale, nei mesi del casino generale, aveva persino carezzato l'insane progetto di 'esternalizzare' orchestra e coro, facendo la figura dell'ignorante agli occhi dell'Europa musicale. Non agli occhi dell' ignorante Marino e della sua collaboratrice Marinelli che, anche per amor di partito, ne hanno elogiato le doti di amministratore, nelle quali erano compresi anche i modi spicci e i passi falsi. Il quale, per una ennesima decisione di non scegliere, ha lasciato i suoi più stretti collaboartori al loro posto ( da Alessio Vlad a Roberto Gabbiani) ha annunciato l'arrivo come direttrice del corpo di ballo della debuttante nel ruolo Eleonora Abbagnato, la bravisima ed avvenente ballerina, moglie di un calciatore di una squadra cittadina e perciò accasata a Roma, la cui nomina è un'ulteriore dimostrazione della incapacità ed inadeguatezza di Fuortes e Marino a governare una istituzione come il teatro dell'Opera. Anche Caracalla nelle loro mani finirà per diventare un circo equestre o una 'disneyland' dello spettacolo, con rovine originali. Il tempo lo dirà. Ed ora temiamo anche per l'annunciata prossima nomina del direttore musicale, purtroppo minacciata. Mentre Fuortes ha annunciato che il suo tetaro varà non uno ma due direttori artistici, il secondo ( o primo?) è Battistelli, relegato al ruolo di programmare il 'moderno' in teatro e la la stagione sinfonica.
Dall'altra parte del Tevere viaggia tranquilla l'Accademia di Santa Cecilia, dove da poco è cambiato il timoniere, che ora è Michele dall'Ongaro, gran manovratore, mentre tutto lo staff creato da Cagli e ben oleato e foraggiato economicamente, resta lo stesso, come pure al suo posto resta Antonio Pappano, vera gloria dell'Accademia, per i prossimi cinque anni. Dall'Ongaro viene alla scuola di Cagli e perciò è assai difficile, a dispetto delle dichiazioni di inizo mandato, come quella di una maggiore attenzione agli artisti italiani, che qualcosa possa cambiare. E del resto Dall'Ongaro agli italiani non ha mai prestato attenzione, anche nel suo precedente incarico all'Orchestra sinfonica nazionale della Rai di Torino; perchè dovrà fare a Roma ciò che non ha mai fatto a Torino? Comunque a Santa Cecilia, finchè c'è Pappano c'è speranza, andato via lui, i Cagli, un tempo, o i Dall'Ongaro ora, poco o nulla possono fare.
Il Teatro San Carlo di Napoli nella tempesta, con il braccio di ferro tra il sindaco De Magistris, in minoranza nel CdI, e il ministero di Nastasi, per la nomina del nuovo sovrintendente, che Nastasi vorrebbe ancora Purchia e De Magistris assolutamente no, ha vinto proprio il Ministero. Riconfermata, la Purchia, la signora ragioniera, richiamerà il direttore artistico De Vivo, geometra (come assicurano i bene informati napoletani)? Solo con la riconferma della Purchia il teatro potrà godere di tanti benefici ministeriali, come, in passato, quell'enorme dispendio di denaro pubblico che è stata la inutile trasferta americana, a San Francisco, dei complessi del teatro, interamente finanziata da Nastasi che voleva dar lustro al teatro di cui era stato fino a poco prima commissario. Una vergogna. Per la quale, solo per questa, dovrebbero indagarlo e metterlo fuori gioco. Il posto lasciato vuoto dalla Purchia a Catania, dove si era impegnata con il sindaco Bianco a trasferirsi, è stato felicemente occupato da Roberto Grossi, presidente di Federculture, già direttore generale di Santa cecilia, persona per bene e competente e con molte idee.
Il Teatro Petruzzelli di Bari, la più giovane tra le Fondazioni liriche italiane, con qualche vantaggio che tale gioventà presenta, sembra messo in sicurezza dal sindaco Decaro, che ha voluto al vertice come presidente- unico caso in Italia dove le Fondazioni sono presiedute dai sindaci - lo scrittore-magistrato Carofiglio, che ha sostenuto la riconferma di Massimo Biscardi alla sovrintendenza (ruolo nel quale anche lui è un vero debuttante, avendo sempre svolto mansioni di direttore artistico), benchè osteggiato - come riferiscono i bene informati - da Nastasi, sempre lui. Basta! Ora il teatro barese ha bisogno di tutto: di una programmazione vera, degna di una fondazione lirica almeno come produttività; dopo l'uscita di scena di Daniele Rustioni, finito al Teatro di Lione in Francia, di un direttore musicale senza il quale una orchestra giovane rischia di restare sempre giovane e non maturare mai, ed ha bisogno anche di idee oltre che di soldi che comunque Decaro non gli farà mancare.
Infine il Teatro Massimo di Palermo dove è tornato, come il postino del celebre film, per la seocnda volta, Franceco Giambrone, attendente del sindaco palermitano. Lui il Massimo l'aveva già governato una volta, ne era uscito fra polemiche e anche debiti(?), era rimasto per qualche tempo a spasso - insegnando in varie università come in Italia è accaduto a vari amministratori che avrebbero dovuto essere titolari di diritto delle cattedre di 'disastro economico' - per poi approdare a Firenze da dove era dovuto andar via, sempre per i suoi meriti di cattivo amministratore. A Palermo ha chiamato un debuttante nella direzione artistica, Oscar Pizzo, che le ossa se le è fatte con 'Contemporanea', all'Auditorium di Roma, fedelissimo di Fuortes, ma assolutamente a digiuno di teatro d'opera e di vocalità; per l'una e l'altra mancanza supplisce Giambrone, il quale s'è voluto circondare di un altro siciliano per la direzione stabile dell'orchestra: Gabriele Ferro che, in questa stagione, visto il suo importante ruolo, dirige un titolo appena.
                                                                      (SUONO, mensile. per gentile concessione)







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